08/04/2018

a G.,
che di questo e altri sogni
non saprà mai nulla

Ho fatto un sogno ieri notte.
Si svolgeva in un grande stabile, una sorta di mondo in rovina. Era lì che stavano tutti: io, tu, le persone che conosciamo. Stavamo insieme, e a volte andavamo a vedere qualche film sui grandi schermi che c’erano nelle enormi stanze del fabbricato, piene di gente che si godeva lo spettacolo seduta per terra, su delle sedie, oppure sdraiata su divani malconci. Anche io e te facevamo così.
Da giorni tu mi parlavi di una guerra contro dei mostri che avresti dovuto affrontare, e che sapevi già ti avrebbero eliminato fisicamente; mi spiegavi però che avresti potuto continuare a “vivere” attraverso delle macchine; così mi ripetevi continuamente le istruzioni di quello che avrei dovuto fare quando non ci saresti stato più, per rimetterti in vita. Ma io non davo peso a tutte quelle cose, pensavo non sarebbero mai accadute.
Un giorno è partito un allarme in tutto lo stabile, e sei dovuto andare via. Io allora mi sono messa a cercarti disperatamente, ma scoprivo che anche tutte le altre persone erano andate via. Per i corridoi ho incrociato solo un robot che si muoveva come uno zombie. Capivo che, prima, era stato uno degli uomini ingaggiati per affrontare i mostri. E che ora era solo una macchina.
Quando finalmente ho realizzato di essere completamente sola, sei riapparso. Eri in fin di vita. Hai fatto qualche passo verso di me, hai allungato una mano e hai pronunciato «Preferisco… piuttosto che…», e l’attimo dopo ti sei dissolto, e sei diventato delle dimensioni di un piccolo manichino, immobile nell’ultima espressione, piena di tristezza, che mi avevi rivolto.
Accanto a te c’erano alcune cose: uno zaino, una valigetta, una busta. Ho capito che erano gli strumenti che mi servivano per “rimetterti in vita”, ma non ricordavo assolutamente cosa fare. Così ho cercato disperatamente aiuto, ma non c’era più nessuno.
Allora sono uscita fuori dallo stabile, dove ce n’erano altri più piccoli. Sono entrata in uno di essi, dove ho trovato un gruppo riunito di persone. Ho chiesto aiuto ma nessuno di loro sapeva come aiutarmi, perché io stessa non sapevo cosa dire. Finché quella che doveva essere l’insegnante sembrava capire la situazione, e mi ha indicato un medico che poteva aiutarmi. Mi ha detto che aveva lo studio accanto, sarebbe bastato uscire da quella stanza ed entrare in quella adiacente, pronunciando solo le parole «Uno, due, tre».
Io non capivo, ma sono uscita, ho pronunciato senza convinzione «Uno, due, tre» e in quel momento, dietro di me, si è schiusa la porta di quello che doveva essere lo studio. Sono entrata, e mi sono ritrovata in una stanza con una grande scrivania che occupava tutta la lunghezza dell’ambiente, ricoperta di tanti oggetti. In fondo c’era una donna con un camice.
Ho cercato di spiegarle l’urgenza. Lei, per tutta risposta, mi ha detto di essere specializzata in tutt’altro, ma che da anni, per passione, studiava casi come quello, su come riportare in vita le persone attraverso dei congegni o, almeno, indagare sulla loro scomparsa. Ho lasciato lo zaino con dentro il tuo manichino vicino all’ingresso e le ho mostrato la busta e la valigetta. Nella busta c’erano modelli – fatti di un materiale bianco – dei pezzi del tuo corpo a grandezza naturale, mentre nella valigetta c’erano le istruzioni per riportarti in vita. Nella tua minuziosità, avevi voluto che nel momento critico io avessi tutto ciò che mi sarebbe occorso, così sotto il coperchio della valigetta avevi fissato con dello scotch una piccola matita in modo che potessi prendere appunti, e avevi lasciato indicazioni sui nomi delle varie parti di te e su quello che avrei dovuto fare per rimetterle insieme.
Ma io non sono un medico, ed ero cosciente che, malgrado le tue scrupolose istruzioni, non avrei potuto fare nulla senza quella donna. Che nel frattempo continuava sì a studiarti, ma più con sincero interesse per il caso che col proposito di riportarti in vita. Io seguivo ogni suo movimento e osservavo ogni suo gesto, cercando di cogliere nel suo sguardo ogni minimo cambiamento d’espressione che mi avrebbe fatto capire, finalmente, la verità.
A un certo punto ho preso coraggio e le ho chiesto: «Potrà tornare com’era prima?». Lei ha scosso la testa.
«No» ha risposto semplicemente, senza neanche guardarmi, continuando a fare le sue cose, come fosse la cosa più ovvia del mondo, con la sicurezza di chi conosce quelle cose da sempre.
Io mi sono alzata dalla sedia su cui mi ero seduta, mi sono allontanata verso l’ingresso e ho tirato fuori dallo zaino il tuo manichino, guardandoti immobile nell’ultima espressione, piena di tristezza, che mi avevi rivolto.

Robotpencil - DeviantArt

Robot Pencil – DeviantArt

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